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(Luigi)Antonio è un (ex)tossico. Quando lo incontro è sotto metadone, ogni tanto oscilla nei movimenti, gli dà fastidio il rumore del tram. Però è gentile, mi ferma per vendermi le solite penne ma se ne dimentica, e chiacchieriamo un po’ camminando per la via – “devo andare di là e non ho molto tempo” gli ho detto e allora mi accompagna; mi racconta qualcosa di sé, mi dice che avrebbe voluto studiare ma si è fermato alla terza media, il discorso, inaspettatamente, va liscio – a volte poco coerente.
Antonio è una di quelle persone che non solo non penseresti mai di poter incontrare, ma soprattutto non penseresti mai ti possa far piacere incontrare. Ma capitano di quei giorni in cui non sono gli amici quelli di cui hai bisogno, e nemmeno il vicino di casa con cui scambi un saluto smorzato tutte le mattine; in alcuni giorni, si ha bisogno degli sconosciuti. Quelli che ti sorridono, uscendo da una tabaccheria, perché gli hai tenuto la porta, quelli che lasciandosi osservare nelle loro abitudini ti danno un senso di nostalgica sicurezza. Poi ci sono quelli come Antonio.
Il discorso, dicevamo, prosegue sciolto, finiamo per toccare il tema dell’immigrazione, da lì il passo alla politica è breve; Antonio manifesta tutto il suo disagio, vorrebbe più partecipazione da parte della gente, in particolare dei giovani. Secondo lui oggi “parlare di destra e di sinistra è una vergogna”, gli piacerebbe far parte di un movimento – non un partito – di centro, di giovani. L’idea della politica è vaga, ma sembra un tema sentito. Ormai siamo davanti all’università, indicandola mi dice “siete voi che state lì dentro che dovete fare qualcosa, io vorrei ma so di non saperlo fare – dovete fare qualcosa. Ma fra di voi parlate? Ci sono discussioni? Perché è importante, e se non lo fate voi chi lo fa?”.
Antonio è uno dei pochi, che, personaggi o meno, si siano meritati l’iniziale maiuscola sul mio pc; chiaramente, non è del tutto merito suo, è solo che, come dicevamo, è capitato nel momento giusto. È c’è da dire che, la maiuscola, un po’ lo rende estraneo – ed unico. Insomma, si tratta di un’armonia dissonante, quella nota che, in un riff improvvisato, sorprende piacevolmente poiché non ti lascia il tempo di accorgerti dell’errore – che diventa evidente, ripetendo.
E paradossalmente da questo ragazzo bugiardo e forse un po’ attaccabrighe traspare un senso della responsabilità difficile da trovare senza che annacqui nell’affettazione. Il suo, debole, j’accuse nei confronti di noi, privilegiati studenti universitari, che abbiamo la possibilità di agire e sfruttare il sapere cui possiamo accedere per fini collettivi e una società migliore, e diamo per scontata la nostra vita comoda e le lamentele per ciò che non va le rivolgiamo sempre ad altri, il suo spiacersi di avere dei limiti, consapevole di questi e delle strade che gli sono precluse – e che forse, in fondo, non rimpiange nemmeno poi tanto.. dicevo, la sua percezione delle possibilità che la cultura apre e gli spazi di discussione e confronto che dovrebbe offrire sembravano essere molto più chiari a lui, del tutto estraneo per sua stessa ammissione a tale ambiente, che a molti universitari conosciuti in pausa pranzo, a chiacchierare di Centovetrine o della sera prima ai Murazzi, durata fino all’alba, ma privi di idee e progetti personali riguardo, addirittura, la loro stessa vita futura.
“conviene fare in fretta, imparare rapidamente, bisogna arrivare, quindi presto presto, facciamo presto!
“muoviamoci, forza, ‘è tardi è tardi è tardi!’ mi ripetono ossessivamente degli strani individui che mi stanno sempre intorno – non ho idea di che cosa abbiano a che fare con me, pare che loro si definiscano la mia ‘famiglia’..chissà che significa, ma non importa non posso perdere troppo tempo a pensare a queste quisquilie, devo impegnarmi devo fare ma fare soltanto qualcosa che produca altro fare, non mi permettono di fare il non-fare, non capisco/no i paradossi che a me piace pensare di sfuggita appena ho un briciolo di tempo libero (libero?) – come quello del teorema secondo cui più si produce un prodotto, destinato alla soddisfazione di un bisogno primario, scadente, più è necessario fabbricarne, pensate le scarpe, più sono scadenti prima si consumano più bisogna comprarne più bisogna produrne – è geniale!
“io amo i paradossi, a volte vorrei che dio esistesse solo per provare il paradosso dei paradossi – cioè ciò che va oltre l’apparenza di ciò che va oltre l’apparenza; per fortuna non funziona la moltiplicazione algebrica dei segni con l’italiano (davvero?) sennò a questo punto saremmo ritornati all’apparenza da cui siamo partiti.. (il che in effetti sarebbe un successo per i panteisti) – ehi un momento, ‘ciò che produce il suo contrario’ è la definizione real-nominalista del paradossale, anche l’algebra è paradossale!
“il mondo è un paradosso intrecciato di paradossi e non mi sono mai reso conto di tutto il divertimento che mi circondava!
“ma come ho fatto? Che cosa diavolo ero impegnato a fare?? ah già, dovevo fare il fare, anche ora devo fare il fare, ma posso farlo paradossale, allora forse anche il non-fare – no no, il non-fare non può essere paradossale, lo afferma la legge dell’O zio Salvatore, allora non è di questo mondo quindi non è possibile fare il non-fare ma allora..”
Piove, fa quasi freddo. Piove fitto, ma fine, e mi fa venire in mente una scena di Braveheart in cui qualcuno dice “oggi piove quasi verticale, c’è bel tempo” o qualcosa del genere; non ricordo esattamente, non mi era nemmeno piaciuto molto quel film.
Piove, e fa freddo. Sfrutto lo stereotipo della tazza di tè caldo fra le mani, ma senza la coperta buttata sulle spalle; ho voglia di ascoltare Leonard Cohen, ma ho perso il suo album che preferisco. Provo a studiare, ma mi distraggo subito. Mi metto al piano, ho le dita un po’ intorpidite, il mio carattere incostante non mi aiuta in questa giornata grigia e bigia di cui non capisco che farmi. Pazienza, aspettiamo che il tempo passi. Bighellono per casa con il gatto, giro una sigaretta che non ho voglia di fumare, approdo di nuovo alla scrivania. Apro l’agenda, controllo per l’ennesima volta i miei (perlopiù inutili) impegni della settimana, dò un’occhiata al computer, accendo la radio e controllo le e-mail – niente che non avrebbe potuto aspettare di essere letto sino a domani,
ma in una giornata del genere tutto sembra un po’ fuori luogo.
“di tutti i poeti e i pazzi
che abbiamo incontrato per strada
ho tenuto una faccia o un nome
una lacrima o qualche risata
[...]
abbiamo girato insieme
e ascoltato le voci dei matti
incontrato la gente più strana
e imbarcato compagni di viaggio
qualcuno è rimasto
qualcuno è andato e non s’è più sentito
un giorno anche tu hai deciso
un abbraccio e poi sei partito”
visto che, a quanto pare, rimuginare ci piace..
“A E G – now start a band!”
Semplice, scrivere canzoni, a quanto pare. Formare un gruppo senza troppe pretese, anche: cerca un animale da palcoscenico e dagli un microfono, qualche suono uscirà purchè intrattenga l’(ipotetico) pubblico. Il timido della compagnia, invece, al basso. Il rozzo alla batteria, spiegandogli che l’obiettivo non è rompere i piatti nè la pelle dei tom, a meno di non voler aprire un mutuo anzitempo. L’egocentrico, ovviamente, chitarra solista; volume sempre al massimo, è necessario che abbia almeno qualche vaga cognizione musicale dal momento che è l’unico strumento il cui suono arriverà alle orecchie dell’(ipotetico) pubblico.
Persa la speranza (e l’interesse) a far convivere i suoni in un senso distinguibile (ma poi perchè confinarsi in anguste stanze di canoni e regole di armonia e piacevolezza?), ci si deve provare almeno coi caratteri. Il collante solitamente è qualche lattina di birra portata in sala, ma non sempre basta. Tant’è vero che frugando in archivi altrui ho trovato deliri e sfoghi per situazioni paradossali, di cui ora vi riporterò un esempio. I nomi, chiaramente, sono falsi (come l’archivio e tutto il resto, se non l’aveste capito).
Componenti:
Alfio suona la chitarra, o almeno così dice.
Mari inizialmente avrebbe dovuto suonare la tastiera, ma poi consequenzialmente a dei problemi di isparzione e di emotività repressa vorrebbe apparire attraverso le quattro corde del basso.
Mario, sempre il solito.
Modena, è stato fatto fuori, dopo una collutazione tra ambo i sessi.
Batteria, ignoto.
Obiettivi:
Alfio, andare in sala, fare concerti, trovare gnocca.
Mari, andare in sala, scatenarsi, trovare soldi.
Mario, stare a casa, guardare un po’ di tv, scrivere canzoni, se capita, in totale accordo con la sua musa ispiratrice, più musa che trice.
Batterista, ignoto.
Spesa:
Mario: mixer.
Mari: 1 microfono.
Alfio: 1 cazzo.
Batterista: ignoto. (iva esclusa).
Stato attuale delle cose:
Alfio sclera perchè non suoniamo mai e modena è inaffidabile.
Mari sclera perchè alfio sclera e perchè non suoniamo mai e modena è inaffidabile.
Mario somatizza perchè mari sclera perchè alfio sclera perchè non suoniamo mai e modena è inaffidabile.
Batterista gode.
Propositi per il futuro:
Alfio trovare gnocca.
Mari trovare soldi, per comprare marito.
Mario, trovare marito, per comprare gnocca per alfio, in concomitanza con mari, e il marito?
Batterista, permutare il suo stato di totale anonimità con una gnocca, in concomitanza con quella di alfio, ore pasti.
devo ammettere che senza l’università però forse non saprei dare questa risposta. la citazione l’ho riconosciuta, è Doestoevskij; quanto al significato, senza farla troppo lunga commenterei rapidamente come segue. usare il termine “diavolo” prima come essere eterno maligno opposto a dio e poi come oggetto, invenzione dell’uomo (ammiccando a Feuerbach mentre si rovescia la sua tesi – si parla non di dio ma del diavolo), senza che lo scarto sia esplicitato rende la frase d’effetto, e fa balzare agli occhi quello che è il vero problema dell’uomo: conoscersi e non poterlo appieno, da cui derivano tutti i problemi esistenziali e la religione e il continuo interrogarcisi.
esami esami esami.. gennaio, e arriva l’ansia da prestazione a braccetto col senso di colpa per non aver iniziato a studiare in tempo per non aver seguito le lezioni per non essersi nemmeno procurati degli appunti qualsiasi.. è vero, sono un’universitaria tipo, esattamente come i fanciulli che devo portare all’alcolismo in otto semestri.. il problema è che l’ozio e lo svago sono discipline impegnative come le più rispettabili, con il valore aggiunto di sapersi appicciccare alle persone e, soprattutto, di avere una giustificazione in se stesse.. chi non vorrebbe passare i “migliori anni della propria vita” fra “birre e prosciutti”? osservando i motociclisti sentimentali che chiamano un’ambulanza dalle cabine telefoniche quando la loro Harley ha un guasto improvviso? o perchè non correndo su ponti di metallo con dei baffi dipinti e scattando al “due..”? forse qualcuno davvero preferisce passare ore in aule di luce artificiale?

