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Ascoltare più e più volte la stessa canzone è sintomo di pigrizia, non credo sia una cosa grave, ma neanche il rumorino del Titanic lo era.
Soprassediamo e congiungiamo le nostre menti verso ciò che davvero conta: il Caffè.
La vita non può essere ridotta ad una bustina di zucchero senza l’aiuto di un audace prosatore mediatico che porta all’impoverimento intellettuale i suoi seguaci da salotto con le loro tazzine vuote.
Puoi decidere il numero di cucchiaini di zucchero, l’illusione del controllo.
Puoi prenderlo macchiato, la delusione sessuale.
Puoi prenderlo decaffeinato, la resa.

Non chiedere mai ad una tazzina di Caffè le risposte alle tue domande, bevila e basta.

Stavo lì al buio a pensare ai fatti miei, quando, tutto d’un tratto, mi dimenticai completamente di voi, di me e del resto delle cose che ingenuamente chiamo vita. Così, senza motivo apparente mi ritrovai a fluttuare nel silenzio, in totale armonia con il mondo. Tutto era tranquillo, finchè, non chiedetemi come, non chiedetemi perchè, mi ritrovai in piena estate a respirare a pieni polmioni l’esplosione di gioia che una caravona di luci e colori portava con sè. Mi avvicinai e dai finestrini riuscii a scorgere tutti i miei sogni, meticolosamente disposti senza senso alcuno e delicatamente rumorosi. Senza badare a farmi troppe domande iniziai a correrle dietro fino al fiume e alla sua fine, poi uno sguardo al mare e al suo inizio e poi via in volo verso l’orizzonte e l’infinito.
Un battito d’ali per respirare un po’ di pace.
Un battito di cuore per ripiombare alla realtà.
Un battito di ciglia ed eccomi in camera mia.
Sveglio, o quasi.
Il cellulare sta vibrando sul comodino, ovviamente è il poeta in compagnia della sua crisi di mezza età, prematura e progammata per palesarsi nelle ore in cui generalmente dormo, inevitabilmente mi rendo subito conto di essere ripiombato in piena primavera, anzi no, mancano ancora un paio giorni, desolatamente incastrato in questo pressochè infinito inverno. Merda!
“Pronto..” biascico al telefono, ma non posso fare a meno di chiedermi: “Lo sei davvero?!”.

Riaggancio il telefono e torno sotto le coperte, il poeta capirà, la mia carriera universitaria no.

 

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