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La porta si chiude dietro di me.
“Prego si accomodi…”

Lui non mi guarda – Io non gli parlo.

“Un attimo e sono subito da lei..”
Se fossi nato durante la seconda guerra mondiale mi chiamerebbero lo SPUTASANGUE.
“Allora, mi dica tutto quello che sa sull’ipotesi della relatività linguistica”
Apnea, tachicardia, a tratti un discreto languorino.
“Insomma si ricorda quando a lezione ho parlato di Sapir-Whorf?”
Un brivido lungo la schiena, inizio a fiutare un po’ di paura, strano, pensavo di averla finita da un pezzo.
“Lei ha frequentato le lezioni vero?”
Lui per la prima volta incrocia il mio sguardo e dalla sua espressione traspare tutto il suo disgusto nei miei confronti, mi sento subito meno solo.
Un inaspettato silenzio raggela le pareti, piano piano inizio a sentire il battito del mio cuore, lentamente aumenta di volume, finchè diventa un frastuono nella mia testa, forse lui ha capito, devo interrompere questo suo gioco ancestrale.

Lui mi guarda – Io gli parlo.

“Certamente.”
Sono il sudore freddo di Hannibal Lecter.
“Bene, allora per lei non dovrebbe essere difficile rispondere a questa domanda”.
Ha fatto più vittime il sarcasmo del Napalm, rimpiango di non aver avuto il tempo di imparare a nuotare.
“Passiamo ad altro, cosa mi sa dire di Levi-Strauss?”
Fallo ora mentre nessuno guarda, fallo adesso senza pensare!!!
“Nulla.”
Vigliacco.
“Bene per me può bastare così..”
Fuochi fatui in gola, mani fredde, un principio di ipotermia nel cuore.
La fine è sempre la più importante, mi allontano con passo incerto, in religioso silenzio.

Io non lo guardo – Lui non mi parla.

La porta si chiude dietro di me.

“A E G – now start a band!”

Semplice, scrivere canzoni, a quanto pare. Formare un gruppo senza troppe pretese, anche: cerca un animale da palcoscenico e dagli un microfono, qualche suono uscirà purchè intrattenga l’(ipotetico) pubblico. Il timido della compagnia, invece, al basso. Il rozzo alla batteria, spiegandogli che l’obiettivo non è rompere i piatti nè la pelle dei tom, a meno di non voler aprire un mutuo anzitempo. L’egocentrico, ovviamente, chitarra solista; volume sempre al massimo, è necessario che abbia almeno qualche vaga cognizione musicale dal momento che è l’unico strumento il cui suono arriverà alle orecchie dell’(ipotetico) pubblico.
Persa la speranza (e l’interesse) a far convivere i suoni in un senso distinguibile (ma poi perchè confinarsi in anguste stanze di canoni e regole di armonia e piacevolezza?), ci si deve provare almeno coi caratteri. Il collante solitamente è qualche lattina di birra portata in sala, ma non sempre basta. Tant’è vero che frugando in archivi altrui ho trovato deliri e sfoghi per situazioni paradossali, di cui ora vi riporterò un esempio. I nomi, chiaramente, sono falsi (come l’archivio e tutto il resto, se non l’aveste capito).

Componenti:

Alfio suona la chitarra, o almeno così dice.
Mari inizialmente avrebbe dovuto suonare la tastiera, ma poi consequenzialmente a dei problemi di isparzione e di emotività repressa vorrebbe apparire attraverso le quattro corde del basso.
Mario, sempre il solito.
Modena, è stato fatto fuori, dopo una collutazione tra ambo i sessi.
Batteria, ignoto.

Obiettivi:

Alfio, andare in sala, fare concerti, trovare gnocca.
Mari, andare in sala, scatenarsi, trovare soldi.
Mario, stare a casa, guardare un po’ di tv, scrivere canzoni, se capita, in totale accordo con la sua musa ispiratrice, più musa che trice.
Batterista, ignoto.

Spesa:

Mario: mixer.
Mari: 1 microfono.
Alfio: 1 cazzo.
Batterista: ignoto. (iva esclusa).

Stato attuale delle cose:

Alfio sclera perchè non suoniamo mai e modena è inaffidabile.
Mari sclera perchè alfio sclera e perchè non suoniamo mai e modena è inaffidabile.
Mario somatizza perchè mari sclera perchè alfio sclera perchè non suoniamo mai e modena è inaffidabile.
Batterista gode.

Propositi per il futuro:

Alfio trovare gnocca.
Mari trovare soldi, per comprare marito.
Mario, trovare marito, per comprare gnocca per alfio, in concomitanza con mari, e il marito?
Batterista, permutare il suo stato di totale anonimità con una gnocca, in concomitanza con quella di alfio, ore pasti.

Luci da sera, lo Squalo Bianco arriva con il suo puntuale ritardo.
Luci di strada, conversazione surreale, poca voglia di lasciarsi andare.
Il tempo di far salire a bordo l’ultimo passeggero e la serata può iniziare.
La destinazione è la solita, il luogo è una variabile di poco conto.
Sono il primo ad entrare, gli altri mi cedono volentieri il passo pur di risparmiarsi gli inutili convenevoli per ottenere un tavolo.
Luci da camera, i bicchieri fanno la loro elegante entrata in scena e la situazione si presenta subito più morbida.
La conversazione si consuma lentamente, come una candela bianca inesorabilmente destinata a spegnersi nel nulla, ma non ci diamo troppo caso, stiamo bene insieme.
Strani copricapi colorano la nostra uscita di scena mentre un improvviso soffio di felicità ci fa ridere di gusto.
Luci di strada, conversazione surreale, qualcuno deve pisciare.
L’abbandono non fa per noi, alla fine si decide di aspettare.
Riprendiamo il passo andando alla ricerca di un angolo tranquillo, ci allontaniamo dalle luci, qualcuno si perde nel bosco, altri si ritrovano dopo un bel po’ di tempo.
Ultimi sorrisi prima di congedarsi, ormai è tardi, bisogna andare.

Ritorno a casa.
Poca voglia di dormire ma non mi resta altro da fare, domani ci sarà tempo per ricominciare.

Il manga che prenderò in considerazione oggi è Naruto. Apparso ai miei occhi per caso, ha destato da subito il mio più sincero disprezzo per la sigla terribile, il protagonista montato e gli evidenti richiami a serie di maggior successo. Una vera schifezza! il cattivo di turno, il buono ma scemo, il tenebroso a caccia di vendetta, la pupa stupida e insopportabile quanto il protagonista…La trama è quella di sempre: le difficoltà uniscono ciò che prima era separato e il cammino dei protagonisti porta alla maturità. E’ questo il punto forte della serie e ciò che redime lei e poche altre tra tutte le schifezze che si trovano in giro. Il tema della maturità, che compare in molte produzioni giapponesi, assume in Naruto funzione di ponte tra la cultura orientale e quella occidentale rendendo possible alla seconda una semplice comprensione della prima senza perdere nulla e anzi guadagnando un mondo bello perchè diverso ma soprattutto utile. Non mi soffermo qui sul Naruto come ponte tra mondi simili e diversi quanto sull’utilità che i concetti del manga hanno sul lettore occidentale se presi a prestito. Nel nostro mondo(che presto diverrà il mondo di tutti data la globalizzazione imperante) sovrappopolazione, ritmi frenetici di lavoro, insomma il tempo è denaro e non ti pago per cazzeggiare, l’individuo rischia una deindividuazione precoce e non scontata…

Se lo sforzo individuante si accompagna alla realizzazione personale, ai propri sogni, alla fatica che ci metti per farcela allora la lettura di quel bamboccio di Naruto può dare sollievo a quell’esercito di semi-deindividuati che brancola nelle città in cerca di se stessi o ciò che erano. E’ tipico del mondo degli adulti rimpiangere quello dei giovani non solo per le infinite possibilità del proprio triste presente ma anche per la perdita di quel mondo interiore che caratterizza i bambini e molti adolescenti. Credere in se stessi e farsi in 4 per raggiungere i propri obiettivi, essere padroni di virtù, costanza e fiducia negli altri sono temi sempre meno adottati nel panorama fumettistico a favore del colore e dell’immagine, che una volta veicolo del concetto, oggi il concetto veicolo dell’immagine.

Il manga è carino dopotutto. Soprattutto per gli appassionati dei ninja.

Ora che l’hai vista non puoi più tornare indietro.
Passo deciso, non ti agitare.
Mentre si avvicina muovi la mano, falle un cenno con la testa, salutala, se no penserà che sei uno stronzo.
Anche se, in fin dei conti la conosci appena, potresti anche far finta di nulla, almeno ti eviti l’imbarazzo di parlare del tempo, o ancora peggio dell’università.
No meglio salutarla comunque, probabilmente è una di quelle rancorose, se non la saluti ci rimarrà male, te lo farà pesare, parlerà male di te con le sue amiche. Atteggiamento tipico delle ragazze come lei.
Bene ci siamo quasi, ora ficcati un bel sorriso in bocca, quello della cresima 98 dovrebbe andare bene.
Ok, eccola che arriva…guardami, guardami, guardami…ok, eccola che se ne va.

Non uno sguardo, non un un sorriso, non un saluto, niente.

Che stronza!
Questa la devo raccontare..

Ascoltare più e più volte la stessa canzone è sintomo di pigrizia, non credo sia una cosa grave, ma neanche il rumorino del Titanic lo era.
Soprassediamo e congiungiamo le nostre menti verso ciò che davvero conta: il Caffè.
La vita non può essere ridotta ad una bustina di zucchero senza l’aiuto di un audace prosatore mediatico che porta all’impoverimento intellettuale i suoi seguaci da salotto con le loro tazzine vuote.
Puoi decidere il numero di cucchiaini di zucchero, l’illusione del controllo.
Puoi prenderlo macchiato, la delusione sessuale.
Puoi prenderlo decaffeinato, la resa.

Non chiedere mai ad una tazzina di Caffè le risposte alle tue domande, bevila e basta.

Stavo lì al buio a pensare ai fatti miei, quando, tutto d’un tratto, mi dimenticai completamente di voi, di me e del resto delle cose che ingenuamente chiamo vita. Così, senza motivo apparente mi ritrovai a fluttuare nel silenzio, in totale armonia con il mondo. Tutto era tranquillo, finchè, non chiedetemi come, non chiedetemi perchè, mi ritrovai in piena estate a respirare a pieni polmioni l’esplosione di gioia che una caravona di luci e colori portava con sè. Mi avvicinai e dai finestrini riuscii a scorgere tutti i miei sogni, meticolosamente disposti senza senso alcuno e delicatamente rumorosi. Senza badare a farmi troppe domande iniziai a correrle dietro fino al fiume e alla sua fine, poi uno sguardo al mare e al suo inizio e poi via in volo verso l’orizzonte e l’infinito.
Un battito d’ali per respirare un po’ di pace.
Un battito di cuore per ripiombare alla realtà.
Un battito di ciglia ed eccomi in camera mia.
Sveglio, o quasi.
Il cellulare sta vibrando sul comodino, ovviamente è il poeta in compagnia della sua crisi di mezza età, prematura e progammata per palesarsi nelle ore in cui generalmente dormo, inevitabilmente mi rendo subito conto di essere ripiombato in piena primavera, anzi no, mancano ancora un paio giorni, desolatamente incastrato in questo pressochè infinito inverno. Merda!
“Pronto..” biascico al telefono, ma non posso fare a meno di chiedermi: “Lo sei davvero?!”.

Riaggancio il telefono e torno sotto le coperte, il poeta capirà, la mia carriera universitaria no.

 

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"S'è pronti a morire per una buona causa ma, in mancanza, si muore anche a vanvera." (Fecchia).