Stanotte è arrivato il Caldo. Non ero stato avvisato del suo arrivo, ma ormai lui conosce la strada e non ha avuto difficoltà a trovarmi. Quando arriva il Caldo, sento rallentare inesorabilmente le mie (già precarie) funzioni vitali.  Quando arriva il Caldo, devo sforzarmi per tenere a mente i mie (pochi) pensieri perchè vengono travolti da una confusa foschia di marmellata, alle fragole probabilmente. Si giurerei sia di fragole. Quando arriva il Caldo, faccio pensieri strani. Ebbene, quest’anno non voglio vivere tutto questo come un problema ma bensì come una possibilità. Per questo mi ritrovo a considerare con maggiore convinzione che la fuga dall’afa estiva non sia la soluzione ed ogni sorso d’acqua mi sembra sempre più il patetico rantolio di chi non vuol vedere, non vuol sentire, non vuol capire. Ma il peggio arriva con l’Aria Condizionata. Sì, proprio lei. L’Aria Condizionata ci ha reso deboli, molli, inermi davanti alle prime difficoltà abbassiamo la testa e schiacciamo un tasto. No, fermo lì. Questa non è una critica al progresso tecnologico, ma una ferma opposizione ad uno stile di vita che distruggendo ogni moto di sofferenza ci risucchia in un limbo di apatia condizionata, noiosamente fresca e inesorabilmente finta. Tutto questo ci travolge empiricamente ogni volta che abbandoniamo un centro commerciale e abbiamo la stessa sensazione di un minatore irlandese al risveglio dopo un serata al pub sottocasa. Probabilmente non otterrò la saggezza finale sudando come un paguro nel deserto, ma indubbiamente se avessi l’Aria Condizionata sarei riuscito ad addormentarmi tempo fa e questa riflessione non sarebbe mai nata. Se la cosa sia un bene o un male, non spetta a me dirlo…ma nemmeno a voi del resto.

Bicchiere di Cedrata?!
No, grazie. Sto bene così.

Dopo svariati pleniluni rieccomi su Poetame…ed è l’occasione migliore proprio perchè vorrei presentarvi (o meglio propinarvi) la mia nuova creazione poetica..Qualche settimana fa una piola, 3 amici, un litro di vino… 

POESIA: MOOOLTO FUTURISTA!

“8 mezzi litri di vino
e andiamo a star bene
quante sorsae in antiquo
tempore!

Dieci decessi x 8 condanne
6 denunciati x incuria
del pen pubblico
ahi che ingestion divina
di vino…

E il cielo
le tue labbra
il tuo sorriso
e io sempre più sbronzo
le tue labbra
alle colline
vo comparando
uva stringo in mano
e il naufragar m’è dolce
in questo giuoco dell’acre
odor!”

Premi play prima di proseguire.

Quando tutto sembra ormai finito salta fuori dal nulla questa canzone. Non ha dovuto faticare molto, le è bastato un sorriso ed io l’ho seguita. Il tempo di ascoltare le prime note, un breve sospiro e senza preavviso mi torna tutto davanti agli occhi…

…l’aeroporto, niente da dichiarare, l’incontro con il popolo dello sballo anglosassone, la prima coda, le prime birre, le ultime ore di sonno, un pulmann, la strada, il deserto, musica nelle orecchie, (a ripensarci mi viene da sorridere), ancora deserto, noia, poche parole, forse sarebbe stato meglio andare a disneyland, fermi, finalmente immobili, arrivati, deportati con i nostri bagagli rotoliamo fino ad un campeggio, il campeggio, la polvere, il campeggio è la polvere, volontari del nostro inferno privato, seguiteci, montiamo la nostra tenda, gurdiamo le loro tende, tante tende, troppe tende, chitarre, armonie pop, rifiuti, risate di gusto, urla indistinte, quel che si dice un buon vicinato, puzza, senso di appartenenza, prima nostalgia di casa, il succo d’arancia all’angolo, cambiamo aria per un po’, la strada, il paese, finalmente un posto accogliente, aria condizionata, coca cola, bocadillos, seppia, jamon, embutidos, ora va tutto bene, ancora strada, la spiaggia, il sole, il mare, un coccodrillo (?), sembra quasi vacanza, sto bene, il ritorno, il campeggio o quello che rimane dell’inferno, assalto alla doccia fredda, l’arrivo del popolo dei carrelli, finalmente il tramonto, frenesia, la voglia di arrivare, il momento di partire, di nuovo sulla strada, tanta strada, dove stiamo andando?, non lo so io seguivo te, io seguivo loro, senso di smarrimento, visioni mistiche, una pista di go kart nel bel mezzo del deserto, ricordi primordiali, qualcuno inizia ad intravedere la meta, euforia, braccialetti fosforescenti al cielo, l’ingresso, entusiasmo, inseguimenti, la paella e la birra, un prato, ma va bene anche sull’asfalto, un palco verde e finalmente la Musica.

Attimo di pausa.
Ritorno in me, respiro, cerco di fare ordine tra i miei pensieri, ma lei mi sorride di nuovo.

Corse frenetiche, sempre in ritardo sul programma, scalette, è gratis?, lo posso prendere?, fa male, tappi per le orecchie usati in modo inproprio, djset, tendoni bianchi, birra, ancora birra, dammi i soldi per la birra, non li hai?, li cerco per terra, dove sono i miei amici?, noi siamo i tuoi amici, libertà, mdma, torna qua, la stanchezza è morta, magliette a righe per l’occasione, occhiali da sole, tutto per i nostri adorati ospiti, i favolosi bagni maschili, falla prima che inizi il prossimo concerto o te ne pentirai, altro djset, non si entra, troppa gente, proviamo di qua, niente da fare, non si passa, stiamo fuori, ma balliamo lo stesso, balliamo come non abbiamo mai ballato prima, balliamo fino a diventare sudore, fame e sete, poi balliamo ancora, fine del concerto, restiamo ancora un po’, no andiamo via, la testa mi scoppia, ma non è colpa mia, troppe ore di sonno perse, ma siamo ancora in piedi, dai ancora una canzone e andiamo. Sicuro? Promesso.

La canzone finisce, immediatamente la faccio ripartire e inevitabilmente ricomincia tutto da capo.

———

Titoli di coda:

Digitalism – Idealistic

I have an idea that you are here
I had the idea that you were near
I have an idea that you are here
I had the idea that you were…near

Could it be you’re here.

Here.

(Luigi)Antonio è un (ex)tossico. Quando lo incontro è sotto metadone, ogni tanto oscilla nei movimenti, gli dà fastidio il rumore del tram. Però è gentile, mi ferma per vendermi le solite penne ma se ne dimentica, e chiacchieriamo un po’ camminando per la via – “devo andare di là e non ho molto tempo” gli ho detto e allora mi accompagna; mi racconta qualcosa di sé, mi dice che avrebbe voluto studiare ma si è fermato alla terza media, il discorso, inaspettatamente, va liscio – a volte poco coerente.

Antonio è una di quelle persone che non solo non penseresti mai di poter incontrare, ma soprattutto non penseresti mai ti possa far piacere incontrare. Ma capitano di quei giorni in cui non sono gli amici quelli di cui hai bisogno, e nemmeno il vicino di casa con cui scambi un saluto smorzato tutte le mattine; in alcuni giorni, si ha bisogno degli sconosciuti. Quelli che ti sorridono, uscendo da una tabaccheria, perché gli hai tenuto la porta, quelli che lasciandosi osservare nelle loro abitudini ti danno un senso di nostalgica sicurezza. Poi ci sono quelli come Antonio.

Il discorso, dicevamo, prosegue sciolto, finiamo per toccare il tema dell’immigrazione, da lì il passo alla politica è breve; Antonio manifesta tutto il suo disagio, vorrebbe più partecipazione da parte della gente, in particolare dei giovani. Secondo lui oggi “parlare di destra e di sinistra è una vergogna”, gli piacerebbe far parte di un movimento – non un partito – di centro, di giovani. L’idea della politica è vaga, ma sembra un tema sentito. Ormai siamo davanti all’università, indicandola mi dice “siete voi che state lì dentro che dovete fare qualcosa, io vorrei ma so di non saperlo fare – dovete fare qualcosa. Ma fra di voi parlate? Ci sono discussioni? Perché è importante, e se non lo fate voi chi lo fa?”.

Antonio è uno dei pochi, che, personaggi o meno, si siano meritati l’iniziale maiuscola sul mio pc; chiaramente, non è del tutto merito suo, è solo che, come dicevamo, è capitato nel momento giusto. È c’è da dire che, la maiuscola, un po’ lo rende estraneo – ed unico. Insomma, si tratta di un’armonia dissonante, quella nota che, in un riff improvvisato, sorprende piacevolmente poiché non ti lascia il tempo di accorgerti dell’errore – che diventa evidente, ripetendo.

E paradossalmente da questo ragazzo bugiardo e forse un po’ attaccabrighe traspare un senso della responsabilità difficile da trovare senza che annacqui nell’affettazione. Il suo, debole, j’accuse nei confronti di noi, privilegiati studenti universitari, che abbiamo la possibilità di agire e sfruttare il sapere cui possiamo accedere per fini collettivi e una società migliore, e diamo per scontata la nostra vita comoda e le lamentele per ciò che non va le rivolgiamo sempre ad altri, il suo spiacersi di avere dei limiti, consapevole di questi e delle strade che gli sono precluse – e che forse, in fondo, non rimpiange nemmeno poi tanto.. dicevo, la sua percezione delle possibilità che la cultura apre e gli spazi di discussione e confronto che dovrebbe offrire sembravano essere molto più chiari a lui, del tutto estraneo per sua stessa ammissione a tale ambiente, che a molti universitari conosciuti in pausa pranzo, a chiacchierare di Centovetrine o della sera prima ai Murazzi, durata fino all’alba, ma privi di idee e progetti personali riguardo, addirittura, la loro stessa vita futura.

“conviene fare in fretta, imparare rapidamente, bisogna arrivare, quindi presto presto, facciamo presto!

“muoviamoci, forza, ‘è tardi è tardi è tardi!’ mi ripetono ossessivamente degli strani individui che mi stanno sempre intorno – non ho idea di che cosa abbiano a che fare con me, pare che loro si definiscano la mia ‘famiglia’..chissà che significa, ma non importa non posso perdere troppo tempo a pensare a queste quisquilie, devo impegnarmi devo fare ma fare soltanto qualcosa che produca altro fare, non mi permettono di fare il non-fare, non capisco/no i paradossi che a me piace pensare di sfuggita appena ho un briciolo di tempo libero (libero?) – come quello del teorema secondo cui più si produce un prodotto, destinato alla soddisfazione di un bisogno primario, scadente, più è necessario fabbricarne, pensate le scarpe, più sono scadenti prima si consumano più bisogna comprarne più bisogna produrne – è geniale!

“io amo i paradossi, a volte vorrei che dio esistesse solo per provare il paradosso dei paradossi – cioè ciò che va oltre l’apparenza di ciò che va oltre l’apparenza; per fortuna non funziona la moltiplicazione algebrica dei segni con l’italiano (davvero?) sennò a questo punto saremmo ritornati all’apparenza da cui siamo partiti.. (il che in effetti sarebbe un successo per i panteisti) – ehi un momento, ‘ciò che produce il suo contrario’ è la definizione real-nominalista del paradossale, anche l’algebra è paradossale!

“il mondo è un paradosso intrecciato di paradossi e non mi sono mai reso conto di tutto il divertimento che mi circondava!

“ma come ho fatto? Che cosa diavolo ero impegnato a fare?? ah già, dovevo fare il fare, anche ora devo fare il fare, ma posso farlo paradossale, allora forse anche il non-fare – no no, il non-fare non può essere paradossale, lo afferma la legge dell’O zio Salvatore, allora non è di questo mondo quindi non è possibile fare il non-fare ma allora..”

Un ritorno su poetame  per scrivere dei fatti della notte tra martedì 7 e mercoledì 8 di questo anno, fatti che hanno catturato la fantasia dello scrivente e corroso l’ anima a tal punto che trattenere la rabbia, la frustrazione, le lacrime è solo masochismo.

Un piccolo animale, un curioso gioco del destino, una tragica fine.

Il giovane Batuffolo (nome di fantasia,n.d.r.), la cui già breve vita aveva donato così tanta felicità a una giovane famiglia di periferia, viene portato via dai suoi cari, stroncata la sua vita da un’auto in corsa troppo veloce, troppo puntuale. Il Gatto è un animale simpatico: gioca con i bambini, mangia gli altri animaletti, osserva con occhi enormi e sognanti; ruba il cibo da tavola, difende i deboli e lacera le membra dei malvagi. E’ una creatura che ascolta, si muove, punta, ferisce; non conosce scrupoli: fierezza e determinazione sono l’ombra del micio, pulizia e disciplina la sua lingua, fuoco selvaggio i suoi occhi. Ma Batuffolo è un animale che intenerisce, vibra (fa le fusa) e ama dormire molto. Lo spirito eterno del gatto è tuttavia un’altro: avventura, lotta contro i membri della sua stessa specie e cicatrici testimoni di una vita vissuta e Batuffolo lo sa. Un’ultima cena con scatolette prelibate, un ultimo sguardo ai suoi cari che lascierà in pensiero un’altra notte ancora a caccia di una vita. Addio Batuffolo, non ci siamo mai conosciuti ma mi eri divenuto caro, e ai Suoi cari che sono ora privati del calore di un Amico. Ma il gatto doveva fare la vita del Gatto, l’uomo che l’ha ucciso ha ucciso il Gatto.

Un addio da Shinji e da Kaworu.

Inizialmente intitolato solo “M”(Murder) ,  venne poi ampliato in “M, il Mostro di Dusseldorf” il celebre film del 1931 del regista tedesco Fritz Lang. Riporto la sequenza iniziale

Inizio film: titolo e autore, di sottofondo solo una musica extradiegetica, un fischiettio allegro e spaventoso allo stesso tempo. E’ il primo film in cui Lang utilizza il sonoro, ovvero la riproduzione tecnologica del suono e non più comed elemento esterno, dopo il suo avvento nel 1927. Prima immagine: l’inquadratura è perfetta, Lang ha sistemato geometricamente i personaggi mettendoli in cerchio e ha diviso il piano in due parti, attraverso una bambina in centro che ripete una filastrocca in cui si nomina un certo” uomo nero che sta arrivando e taglia a pezzi”. L’immagine si sposta verso l’alto e una signora affacciata dal balcone grida di smettere di cantare quella malefica tiritera. L’inquadratura successiva è un interno, si vede la medesima signora che bussa a una porta e un’altra signora che fa la sua prima comparsa in scena; non sappiamo ancora chi sia, il regista non dà informazioni per il momento. Parlano di un certo “assassino”. La scena prosegue: la donna rientra in casa e guarda l’orologio, il primo dei due elementi narrativi importanti. Segna mezzodì. la donna sorride. A questo punto con un sapiente montaggio, Lang apre un’altra inquadratura, si vede l’uscita di una bambina da una scuola elementare . Scene apparentemente scollegate, in realtà sincroniche. Il regista ci porta con stacchi organizzati magistralmente da un’inquadratura all’altra: da una parte la signora che guarda l’orologio a cucù mentre sta svolgendo le sue mansioni domestiche, dall’altra la bambina che cammina. Ma attenzione, in un’inquadratura la bambina sta per essere investita da un auto, preludio di ciò che accadrà in seguito. Intanto la signora mette a tavolo un piatto. E ora la scena principale: la bambina camminando fa rimbalzare la sua palla contro qualcosa,  l’immagine si sposta verso l’alto per farci vedere cosa: è la taglia dell’assassino (quello di cui parlavano le due signore??) Ed ecco all’improvviso spuntare dal fuoricampo a destra un’ombra inquietante (il  supra citato assassino??), che con la sua figura ricopre la taglia.”Che bella palla che hai!–come ti chiami?”. queste le parole tremendamente semplici che pronuncia. “Elsie Beckman” è la risposta; ora abbiamo una nuova informazione che ci sarà utile per la comprensione della prossima scena. Intanto la palla non rimbalza più, l’enigmatica ombra ricopre i 2/3 dell’inquadratura, segno della prevaricazione sulla bambina. Nuovo stacco, la signora guarda l’orologio con aria più seria di prima, poi si affaccia alla porta (il secondo elemento narrativo importante) e chiede a due bambine che stanno salendo le scale se Elsie è con loro; la risposta è negativa. Ora abbiamo tutti gli elementi intradiegetici per collegare le due figure: la signora è la mamma di Elsie, che sta aspettando il non-ancora avvenuto ritorno a casa, l’orologio e la porta inizialmente sono gli elementi della tranquillità, trasformatisi poi in elementi della speranza (del ritorno) e che presto diventeranno altro ancora. Inquadratura successiva: si vedono la piccola Elsie insieme ad un signore che le regala un palloncino, per altro a forma di bambino; l’assassino ha ora preso concretezza, ma ovviamente il regista ce lo fa vedere solo di spalle. Altro stacco: la madre ora più preoccupata sente il campanello suonare, forse la porta della speranza sta per diventare certezza del ritorno? Nulla, è il postino che recapita alla signora un nuovo romanzo e salutandola col cognome rincara la nostra dose di certezza. Il regista disponendo a strati le informazioni costruisce ingegnosamente il tessuto narrativo. La signora Beckman, madre di Elsie, rientra in casa: ora il suo volto appare decisamente preoccupato, la porta e l’orologio diventano gli elementi della disillusione/disperazione. Il tempo è trascorso, la madre getta un’ultima occhiata alla tromba delle scale, ma questa volta non c’è spazio per l’illusione; le scale sono vuote. E sono vuoti anche il cortile e il piatto riprese nelle inquadrature successive, in cui l’unico elemento vivo è la voce della madre che grida disperatamente il nome della figlia scomparsa.

Ultima scena splendida: inquadratura 1 la palla dal fuoricampo entra in campo, inquadratura 2 il palloncino in campo rimane impigliato tra i cavi della luce per poi uscire in fuoricampo. Con due semplicissime inquadrature, in chiasmo, Lang non ci ha fatto vedere, ma solo intuire la tragica sorte della povera piccola Elsie. Fascinans and terrible!

   

 

Novembre: 2009
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